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22/05/2020

LA QUALITÀ DELLE ACQUE DEL FIUME PO PRIMA E DURANTE IL LOCKDOWN

Nei mesi scorsi, nel periodo soggetto alle restrizioni governative conseguenti alla diffusione pandemica del virus Covid 19, l’Autorità Distrettuale del Fiume Po – Ministero dell’Ambiente ha avviato una ricerca scientifica, volta ad analizzare la qualità delle acque del Po alla luce del mutato impatto ambientale sulla risorsa idrica. L’impressione generale era quella di mettere in stretta relazione il drastico calo delle attività civili, soprattutto economiche ed industriali, con una ritrovata trasparenza e presunta purezza dell’acqua esaminata in alcuni tratti del Grande Fiume padano. Oggi grazie al Distretto, che ha coinvolto nel progetto alcuni tra i più qualificati partners con capacità immediata di effettuare campionamenti tecnicamente attendibili, si può finalmente tracciare un profilo quali-quantitativo più dettagliato e reale del generale contesto esaminato.

“I prelievi realizzati per testare l’impatto effettivo del lockdown sulla qualità della risorsa idrica – commenta il segretario generale del Distretto, Meuccio Berselli - hanno rivelato che la limpidità riscontrata nelle acque del Po è principalmente riconducibile ad una minor torbidità dovuta ad una ridotta movimentazione dei materiali sospesi come sabbie, fanghi e argilla. Le cause, quindi, sono da considerarsi per lo più legate alle scarsissime precipitazioni cadute nei mesi considerati e alla diminuzione dell’utilizzo della risorsa. Queste dunque le ragioni, che hanno consentito la sedimentazione dei materiali sospesi, incrementando di conseguenza la trasparenza complessiva delle acque.”

I luoghi geografici scelti dai ricercatori lungo l’asta del fiume, al fine di poter disegnare un quadro realistico dello stato delle acque, sono stati sette: Castel San Giovanni (Piacenza), Roncarolo di Caorso (Piacenza), Sacca di Colorno (Parma), Boretto (Reggio Emilia), Salvatonica impianto Palantone di Bondeno (Ferrara), Pontelagoscuro (Ferrara), Serravalle di Berra Comune di Riva del Po e Delta del Po (Ferrara) in chiusura del bacino idrografico del fiume.

Berselli prosegue: “Con questo progetto intendiamo porre la massima attenzione al tema della qualità delle acque ed all’esame di tutti i possibili  miglioramenti di performances, che potremo ulteriormente realizzare in futuro con la collaborazione di tutti: enti pubblici, multiutility di servizio e privati cittadini. Oggi, 6.700 impianti di depurazione hanno abbattuto i rischi di inquinanti di un tempo, ma la guardia va tenuta altissima e noi, come braccio operativo del Ministero dell’Ambiente, su queste rilevanti tematiche intendiamo lavorare con il massimo impegno, mettendo insieme i ricercatori più qualificati.”

Un ringraziamento particolare va rivolto proprio a coloro che, “sul campo”, in periodo di Coronavirus, hanno consentito questa mirata mappatura di monitoraggio della risorsa, delle sostanze prioritarie, degli inquinanti e dei nutrienti nelle acque di superficie del  Po ovvero  il Gruppo HERA S.p.A, il Consorzio di bonifica di secondo grado per il Canale Emiliano Romagnolo (C.E.R.), ARPAE (Agenzia Regionale Protezione Ambientale Emilia Romagna) e l’Università degli Studi di Parma.

I rilevamenti effettuati dal mese di Gennaio, da parte dei gestori di impianti di potabilizzazione, mostrano la presenza di prodotti fitosanitari nel mese di Aprile, compatibile con il periodo di utilizzo agricolo. I dati rispecchiano quindi un andamento stagionale dovuto ai trattamenti in agricoltura, non riconducibile agli effetti del lockdown.

E’ stato così valutato l’andamento dei nutrienti (nitrati, ammonio) in funzione della portata, confrontando le concentrazioni riscontrate nel 2020 con quelle del 2003, 2007 e 2012, anni idrologicamente simili all’attuale. L’andamento è risultato analogo con una diminuzione dei nutrienti nel tempo, dovuta alla carenza di piogge, anche in assenza del lockdown.

Non sono state riscontrate diminuzioni significative delle sostanze inquinanti di origine industriale: la grande maggioranza degli scarichi industriali è già collettata in reti e sistemi di depurazione, che permettono l’abbattimento di tali sostanze prima dello scarico in acque superficiali. L’assenza di un calo significativo durante il lockdown dimostra la buona efficienza dei sistemi depurativi esistenti all’interno del distretto del Po.

Il virus CoV-2 è un patogeno ancora molto sconosciuto, come già evidenziato dalle notizie scientifiche, che nei mesi scorsi si sono succedute. Presenza e persistenza di CoV-2 in ambienti idrici sono state valutate in un numero estremamente ridotto di studi e non esistono al momento attuale studi specifici, che forniscano dati certi. Quello, che è certo attualmente,  è che la via di trasmissione del SARS CoV-2 sia rappresentata dalla trasmissione aerea e tramite il contatto diretto per diffusione di goccioline (droplets) emesse durante il respiro e gli atti del parlare, tossire, starnutire. Ad oggi si escluderebbe una possibile trasmissione fecale-orale riferibile ad altri tipi di virus.

La presenza nelle acque reflue civili potrebbe diventare un rischio da valutare in assenza di depurazione. Pertanto, considerato l’elevato livello di collettamento e depurazione delle acque di scarico garantito a scala di Distretto del Po ed i trattamenti , cui sono sottoposti i fanghi di depurazione, è da ritenersi irrilevante il rischio di presenza del virus attivo nelle acque superficiali. Anche i fanghi di depurazione, riutilizzati in agricoltura nelle regioni del Distretto, possono essere applicati solo a seguito di procedure di stabilizzazione, che li igienizzano, escludendoli dalle possibili fonti di contaminazione da SARS CoV-2.


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